Le metamorfosi

Le metamorfosi, sono un poema epico-mitologico, ultimato nel 8d.c. dal Poeta romano Ovidio; incentrato sul tema della “metamorfosi”, i quindici libri che compongono l’opera sono definiti :un’ enciclopedia della mitologia classica (romana e greca).
Tra il tema delle metamorfosi ricorre il tema di Diana e Atteone (LIBRO III, versi 138-259) Qui proposto

Diana e Atteone

Un caso strano al misero intervenne,
Il maggior infortunio non fu mai,
E di quanti parlar l’antiche penne,
Tutti gli altri avanzò questo d’assai.
Da lui Diana offesa un dì si tenne,
Ma non l’offese, e tu Fortuna il sai,
E se ben quel meschin Diana incolpa,
Tu sai pur, che fu tua tutta la colpa.

Io scuso in parte la silvestre Dea,
C’hebbe à pensar di tempo poco spatio
De la pena, ch’à lui donar dovea,
Che non havria sofferto sì gran stratio,
Ch’ogni vil can, che l’ infelice havea,
S’havesse à far de l’heril sangue satio.
Ben saria stata di pietade ignuda,
Se fosse stata in lei voglia sì cruda.

Questo infelice (ch’era Atteon detto)
Soleva à caccia andar quasi ogni giorno,
Ne si togliea talhor da tal diletto,
Se ’l ciel pria non vedea di stelle adorno.
Un dì, che’l bosco havea di sangue infetto
Di belve senza fin, non fe soggiorno
Fin che ’l sol s’attuffasse à star con Teti,
Ma fe più tosto assai raccor le reti.

Già nel cielo era il Sol cresciuto tanto,
Che discopriva il declinar del monte,
E da l’occaso era discosto quanto
Gli era lontano il contrario orizonte.
Teneano l’ombre de le cose intanto
Tutte al Settentrion volta la fronte,
Quand’ei levò da quei cocenti ardori
Gli affaticati cani, e i cacciatori.

Ben’è stato il diletto hoggi compito,
Ben’hoggi havuto il fato habbiam secondo,
Che veggio il sangue in favor nostro uscito,
À tutto il bosco haver macchiato il fondo,
Già fra Favonio, et Euro compartito
Ha con ugual distantia Apollo il mondo,
(Disse) e fia bene homai ritrarre i passi,
E ricreare i corpi afflitti, e lassi.

Tosto i nodosi, e insanguinati lini
Da i pali si disciolgano bicorni,
Poscia ov’ han più grat’ ombra i faggi, e i pini
Ciascun prenda riposo, e si soggiorni:
Come di perle adorna, e di rubini
La desiata Aurora à noi ritorni,
E faccia à pien del novo giorno fede,
Tenteremo altre caccie, et altre prede.

Ó sfortunato giovane, che fai ?
Ch’al riposo de i can tanto riguardi?
Perche quest’otio, e quiete lor dai?
Perche possan seguirti più gagliardi?
Ó misero infelice, perche stai?
Che non cacci anchor hoggi insino al tardi?
Se in questi boschi hai già spenta ogni fera,
Che non cerchi altre caccie insino à sera?

Già desioso ogn’un de la quiete
Fa quanto egli far dee per riposarsi,
Chi sotto un faggio, e chi sotto un’ abete,
Non lungi l’un da l’altro erano sparsi.
Altri guarda la preda, altri la rete,
I can si veggon rispirando starsi,
Col penoso essalar, con lordo morso
Mostran quanto hanno il di pugnato, e corso.

Vicino al loco, ove à prender riposo
Gli afflitti caciator s’erano messi,
V’era una valle amena, e un bosco ombroso
Di molto antichi pini, e di cipressi,
Dove era un’ antro assai remoto, e ascoso,
Ignoto insino à paesani stessi,
Sola il sapea la cacciatrice Dea,
Ch’ivi il caldo del dì fuggir solea.

Detta Gargafia è quella nobil parte,
Di cui tenea la Dea silvestre cura,
Non è la grotta fabricata ad arte
Ma ben l’arte imitato ha la natura.
Un nativo arco quell’antro comparte,
Ch’in mezzo è posto à le native mura,
Tutta d’un fragil tufo è la caverna.
La fronte, i lati, e anchor la volta interna.

Goccia per tutto intorno la spelonca,
E un chiaro fonte fa dal destro lato,
Dove più basso à guisa d’una conca,
La natura quel tufo havea cavato.
Forma la goccia il tondo, e poi si tronca.
Ne stillamento v’è continovato,
Ma per più gocce sparse un ruscel cresce,
Ch’empie quel vaso, e poi trabocca, e n’esce.

De l’antro il ciel, che natura compose
Da le gocce, e dal gel diviso, e rotto
V’ha mille varie forme, e capricciose,
Ch’esser mostran d’artefice ben dotto.
Tronchi ovati, e piramidi spugnose
Vi pendon, ch’al gocciar fanno acquedotto.
Compartimento ha tal, che lo scarpello
Nol potria far più vago, ne piu bello.

Qui star solea la Dea silvana spesso
Per fuggir il calor del mezzo giorno,
Dove giunta hora, e le compagne appresso
L’arco in man d’una diede, i dardi, e ’l corno.
L’aureo sparso suo crin sottile, e spesso
Raccoglie un’altra, e poi l’avolge intorno,
Poi glie lo lega in capo in un bel modo
Con un leggiadro, e maestrevol nodo.

Chi le slaccia i coturni, e scopre il piede,
Altra le spoglia la succinta veste,
E l’una à l’altra in ben servir non cede,
Ma stanno pronte, vigilanti, e preste.
Come la Dea spogliata esser si vede,
Non vuol, ch’alcuna fuor vestita reste,
E ignude se n’entrar (come à lei piacque)
Ne le dolci, tranquille, e lucid’acque.

Mentre si stan le Ninfe ivi adunate,
Senza sospetto alcun liete, e sicure,
E si lavan le membra delicate
Ne le dolci acque, cristalline, e pure,
E con parole accorte, honeste, e grate
Passan quell’hore sì noiose, e dure,
Atteon, ch’ à diporto iva soletto,
Venne à caso in quest’antro à dar di petto.

Si come piacque à l’empio suo destino,
S’era à compagni l’infelice tolto,
Ch’altri prono, altri in fianco, altri supino
Veduto havea nel sonno esser sepolto.
Entrò in quel bosco, che’l cipresso, e ’l pino,
Et altri arbori fanno ombroso, e folto,
Tanto, che ’l trasse il piacer, che n’havea,
Dov’era ignuda la silvestre Dea.

Come son d’Atteon le Ninfe accorte,
Ch’ in lor tien gli occhi stupidi, et intenti,
E veggon, ch’egli le ha già ignude scorte,
Con muti, e rotti gemiti, e lamenti
Batton le mani, e ’l sen, non però forte,
Per c’han vergogna; e misere, e dolenti
Le parti ascondon, che natura asconde
Dentro à le trasparenti, e limpide onde.

Confuse tutte cercan far coperchio,
Ch’egli ignuda la Dea non vegga, e note,
E le fan mormorando intorno un cerchio,
E lei coprono, e lor più che si puote.
Ma il capo lor sovrastà di soverchio,
Ne può la Dea celar le rosse gote,
Le gote più, che mai tinte, et accese,
Per la troppa vergogna, che la prese.

Come si tinge una nube nel cielo,
Che da l’averso Sol venga percossa,
Come al tor del notturno ombroso velo
La parte Oriental diventa rossa:
Tal la sorella del signor di Delo
Si tinge in viso, e da grand’ira mossa
Si duol, ch’in man non ha gli strali, e l’arco,
Per levarsi quel biasmo, e quello incarco.

Subito volta à lui la bassa fronte,
E non havendo altre arme da valerse
Prese con ambe man l’acque del fonte,
E ’l miser con quell’acque ultrici asperse.
Hor voglio, se potrai, che tu racconte,
Come Diana ignuda si scoperse.
Questo gli disse la sdegnata Dea,
Che fu indicio al gran mal, c’haver dovea.

Vede intanto l’irata cacciatrice,
Ch’à venir la vendetta non soggiorna,
Ch’à lui già crescon sopra la cervice,
Di cervo à poco à poco un par di corna.
Il naso entra nel viso, e la narice
Resta aperta più sotto, e ’l mento torna
Dentro in se stesso, e in modo vi sì serra,
Che la bocca vien muso, e guarda in terra.

Quello aspetto sì vago, e sì giocondo,
D’animal brutto nova forma prende,
S’allunga il collo, e dove egli era tondo,
Diventa piatto, e per lo taglio pende.
Se di peli ei fu già purgato, e mondo,
Hor novo pel tutto macchiato il rende.
Da quattro piè quel corpo hor vien sospeso,
Che già dava à due piè soverchio peso.

Quel subito timor, quella paura,
Che suol ne i cervi stare, à lui s’aggiunge,
E vedendo ogni Ninfa già sicura,
Che forte il grida, e minaciando il punge,
Dove la selva è più frondosa, e scura,
Fuggendo và da lor, più che può lunge.
Si marviglia ei, che non sà l’ intero
De l’esser suo, di correr sì leggiero.

Mentre il paese via correndo sgombra,
Dal corso un’acqua limpida l’arresta,
Ma come scorge ne la sua nova ombra,
Le nove corna, e la cangiata testa,
Si tira adietro attonito, e s’adombra,
E sì questo l’affligge, ange, e molesta,
Che vi torna più volte, e vi si specchia,
E non può ritrovar l’ombra sua vecchia.

Mentre il meschin, misero me dir vole,
Queste son ombre vere, ò pur son finte?
Trova, che più non può formar parole
Di più sillabe unite, over distinte.
Gemere è ’l suo parlar, come far sole
Il cervo, e le novelle luci vinte
Dal duolo interior, stillan di fuore
Per lo volto non suo novo liquore.

L’antica mente sol di lui riserba,
Hor che farà l’afflitto trasformato ?
Rivedrà la sua regia alta, e superba,
Tra suoi regij parenti in quello stato ?
Ó quivi pascerà le ghiande, e l’herba,
Fra mille dubbij, e morti impregionato?
Misero lui, ne quel, ne questo agogna,
Questo il timor non vuol, quel la vergogna.

Mentre fra se col non perduto ingegno
Trovar pensa al suo mal pur qualche scampo.
Fù sentito da i cani, e ne dier segno
Col solito latrar Tero, e Melampo.
Fà, vinto dal timor, tosto ei disegno
D’uscir del bosco in ben’ aperto campo,
Che sì leggier si sente esser nel corso,
Che non pensa trovar miglior soccorso.

Pensa forse avanzar tanto nel piano,
Che i can debbian di lui perder la vista,
E poi salvarsi in Ermo più lontano,
Così perdendo il bosco, ò il campo acquista,
Ma gli uscirà questo disegno vano,
Che già del folto esce una turba, mista
Di cani, di cavalli, e cacciatori,
Empiendo il ciel di strida, e di romori.

Acquista il cervo per quella campagna,
E mostra haver la gamba più leggiera,
I veltri, Turchi, d’ltalia, e di Spagna,
Son men discosto à la cacciata fera.
Di Corsica i can grossi, e di Bertagna
Fan dopo i veltri una più grossa schiera,
Son quei, che ’l sentir pria più lungi, e stanchi
I bracchi de la Marca, e i livrier Franchi.

Scorre il veloce cervo, e valli, e monti,
E salta fossi, e macchie, e passa via,
Per linea retta i can veloci, e pronti
Gli corron sempre à traversar la via.
Il passar spesso di fossi, e di ponti
Tien molto à dietro la cavalleria,
Gli equestri cacciator non son sì presso,
Perche impedita è lor la via più spesso.

Colui, che più vicin segue la traccia,
Siasi sorte, ò giudicio, ò il destrier buono,
Per far sapere à gli altri ov’è la caccia,
Dà fiato al corno, e fa sentire il suono.
Quei, che non sanno ove voltar la faccia
Per la distantia, che infiniti sono,
Che ’l vario corso gli ha sparsi d’ intorno,
Si drizzan tutti ove gl’ invita il corno.

Già il cervo preso havea tanto vantaggio,
Che non era lontan forse à salvarsi,
Ma venne l’ infelice in quel viaggio
In due sue gentil’huomini à incontrarsi,
C’havean del mezo dì fuggito il raggio
In quella parte, ove hora eran comparsi,
Che nel cacciar di prima eran perduti
Da gli altri, al maggior caldo ivi venuti.

Hor mentre à riposarsi erano à l’ombra,
Su’l mezzo giorno i lassi cavalieri,
Quel gran rumor l’orecchie loro ingombra
Di can, di cacciatori, e di destrieri,
Subito l’uno, e l’altro il bosco sgombra
Co i freschi veltri à lassa atti, e leggieri
Che si sforzan sentendo gli altri cani
A più poter d’uscir lor de le mani.

Quei veltri con gli orecchi alti, et intenti
Dan più scosse hor da questo, hor da quel canto
E fan gemendo certi lor lamenti,
Con certo flebil suon, che mostran quanto
Han voglia d’ ire à insanguinare i denti
Ne l’animal, ch’anchora è lungi alquanto,
Ma quei cacciator pratichi, et accorti,
Per far lassa miglior gli tengon forti.

Già mai nel volto à l’animal cacciato,
Quando incontro ti vien non dei far lassa,
Per ch’egli sguinza lo scontro da un lato,
E scorrer lascia il cane, e innanzi passa.
Il veltro dal grand’ impeto sforzato
Non può tenersi, e trasportar si lassa,
E la fugace belva acquista molto
Prima che possa il can voltarle il volto.

Hor’ ecco il cervo affaticato, e lasso
Con debil corso, e con la lingua fuori,
Che giunge al tristo, e sfortunato passo,
Dove l’attendon quei due cacciatori.
Egli, che gli conosce affrena il passo,
E ferma gli occhi in quei suoi servidori,
E detto havrebbe (s’havesse potuto)
Il Signor vostro io son, datemi aiuto.

Ma le parole mancano à la mente,
E non può esprimer fuor quel che vorria,
In vece di parlar gemer si sente
Pure ai suoi servi il suo gemito invia,
Quei, ch’el veggon fermato, immantinente
Gli van di dietro, e i can lascian gir via,
Il cervo, che lasciarsi i veltri vede,
Affretta più che può, lo stanco piede.

E per quei luoghi, ov’ egli havea seguito
Più volte fiere assai, ò vien seguito esso:
Ma già si vede il corso haver fornito
Ch’è stanco, e i freschi veltri ha troppo appresso.
Ecco nel fianco l’ha Tigri ferito,
Licisca in una orecchia il dente ha messo
E l’han già inginocchiato al suo dispetto,
Stracciando à più poter l’ignoto petto.

Quivi in tanto arrivar su i lor cortaldi
Quei, che lasciaro i can poco lontano,
E paion ben volonterosi, e caldi,
Che ’l cervo ucciso sia per la lor mano,
Giunti no’l toccan già, ma stando saldi
Tutti cercan con gli occhi il monte, e ’l piano,
E questi, e quegli, Atteon chiama, e grida,
Accio ch’Atteon sia, che il cervo uccida.

Il cervo al nome suo leva la testa,
E par, che dica; Io son, dammi soccorso:
Ma l’uno, e l’altro can tanto il molesta
Ch’à lor si volge, e placar cerca il morso.
Questo, e quel cacciator gridar non resta,
E far segno al Signor, ch’ affretti il corso,
Al lor Signor, che già credon scoprire
Fra quei, che di lontan veggon venire.

Giunge intanto de i can la prima schiera
De i presti veltri affaticati, e ingordi
Di far sul dorso à la cacciata fera
I musi loro insanguinati, e lordi.
Ei, che non ha la sua favella vera,
Gemendo prega i can spietati, e sordi,
E inginocchiato à lor si raccomanda,
Volgendo il volto à questa, e à quella banda.

Questo, e quel di quei due diventa roco,
E si duol, che ’l Signor non è presente,
Ne può gustar di quel piacere un poco,
Di sì degno spettacolo niente.
Ma il miser, che non è fuor di quel loco,
Ne vorrebbe del tutto esser absente,
Che vede esser per lui spettacol tale,
Ch’altri gusta il piacere, ei sente il male.

E tanto più, ch’ogni altro cane è giunto,
E par, che mordan tutti quanti à prova.
Ne più si vede nel suo corpo un punto,
Da poter darvi una ferita nova.
Così Atteone al fin steso, e defunto
Da i cacciator, che giungono, si trova.
E così vendicata esser si dice
La Dea contra quel giovane infelice.

Per questo in gran romore il mondo venne
Per la gran crudeltà, ch’ usò Diana.
E la parte maggior conchiuse, e tenne,
Che fu troppo crudele, et inhumana.
Non mancò già chi ’l contrario sostenne
Che per servarsi et incorrotta, e sana
La fama d’esser vergine, e sincera,
Doveva in quel castigo esser severa.

 

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