Inno dedicato a Diana dal Poeta Greco Callimaco vissuto tra 300 e 200 a.c.

L’inno fa parte di una raccolta di 6 inni, attribuiti e conosciuti come “Inni di Callimaco”, anche se la datazione storica dei singoli inni rimane del tutto incerta.

simbolo pagano

Diana (Artemide)

 

Tristo il cantor, che di Diana tace!
Canto Diana, che di strali e d’arco,
E di balli pei monti erti si piace,

E seguir belve o le aspettare al varco,
5E comincio dal dì, ch’alle paterne
Ginocchia sendo parvoletto incarco,

Dammi, padre, dicea: ch’io serbi eterne
Vergini brame, e tai nomi, che orgoglio
Apollo più di me non deggia averne:

La gran faretra e il grande arco non voglio,
Provederà, se impetro, a me Vulcano
Pieghevol arco e faretrato spoglio;

Agitar faci da ciascuna mano,
Movere in corte vergate gonnelle,
E fiere vo’ non saettare invano;

Voglio dall’Ocean sessanta ancelle,
Che deggiano guidar danze con meco,
Giovani tutte e fior di verginelle,

Venti ne voglio dall’Amnisio speco,
Che miei veltri e coturni abbiano a cura,
Se guerra a lince e a capriol non reco;

Dammi signoreggiar ciascuna altura,
D’una città mi appago esser regina,
Che rado mi vedran civili mura.

Abitatrice di contrada alpina
M’inurberò nell’ora, che dogliose
Le genitrici grideran Lucina:

Al destin di alleggiar le gravi spose
Io nacqui, poi che senza duol la madre
In sen portommi, e senza duol mi spose.

Così dicendo, con le man leggiadre
Di voler carezzar mostrava segni,
E alfin la barba carezzò del padre;

Ed egli soggiugnea: se di tai pegni
Me genitor le dee sempre faranno
Gelosa a grado suo Giuno si sdegni;

Tutte le brame tue piene saranno,
Trenta arroge città, che onore e lode
Daranti, e nome da te sola avranno,

E per terrestri e per marine prode
In dono ti verranno are e foreste,
E di porti e di vie sarai custode.

Chinò la testa sorridendo queste
Parole, e la fanciulla a Leuco volse,
A cui le spalle una gran macchia veste;

Alla riva del mar quindi si accolse,
Ove uno stuol di cento donzellette
Leggiadra compagnia! seco si tolse:

Teti marina e Cérato godette
Vedute con la figlia di Latona
Andar lor figlie in un drappel ristrette.

Per le mura trovar, che il Fabro introna,
Di Meliguni all’isoletta trasse,
Che di Lipari in voce ora risuona.

Stavano intorno alle candenti masse
I Ciclopi, e un gran vaso era il subietto,
Che i destrier di Nettuno abbeverasse:

Allo scoprir lo spaventoso aspetto
Di mostri somiglianti ai gioghi d’Ossa,
Ad ogni ninfa il cor battea nel petto;

Nel mezzo della fronte occhio s’infossa
Grande all’imago di rotondi scudi,
E luce in luce orribilmente rossa;

Risuonano percosse armi ed incudi,
Spiran entro i carbon pelli bovine,
E gemon per fatica i petti ignudi.

Le Sicane contrade e le vicine
Piagge d’Ausonia e Corsica tremanti
Erano al rimbombar delle fucine,

Mentre fean sollevando i fier giganti
E le mazze abbassando impeto e metro
Su le tolte ai cammin masse fiammanti.

Perchè le figlie d’Oceano indietro
Volgeano esterrefatte orecchi e ciglia,
Avvezze paventar del noto spetro;

Che madre irata a parvoletta figlia
Invocare i Ciclopi ha per usanza,
Sterope o tal di quella atra famiglia.

Mercurio allora da secreta stanza
Pare, e le gote di fuliggin tinge,
E spegne alla ritrosa ogni baldanza,

Che in frettolosi passi si restringe
Tutta tremante alle materne stole,
E con ambe le mani il viso cinge.

Non eri tu di là dal terzo Sole,
Che Latona a Vulcan sendo venuta
Pei doni usati a tenerella prole,

La prima volta, che ci fu veduta,
Su le ginocchia ti locò di Bronte,
E tu del petto nella chioma irsuta

Le mani gli avvolgesti ardite e pronte
Sì, che dimostra ancor pelato varco
Sembiante a liscia per calvezza fronte.

Perchè col cuor d’ogni temenza scarco
Incominciasti in tal libero suono:
Or su, Ciclopi, una faretra un arco

Di fabricare a me fatemi dono;
Non è già di Latona unico figlio
Apollo, di Latona ed io mi sono,

E se cinghial con vostre frecce piglio,
O fiera altra maggior, la mensa vostra,
Ciclopi, apparecchiarne io mi consiglio.

Quì ognun le domandate armi ti mostra,
E tu vi stendi le bramose mani,
E per veltri di Pan corri alla chiostra.

Una lince Menalia allora in brani
Metteva a disbramar Pane il digiuno
Delle nutrici dei lattanti cani.

Tre dalle orecchie penzolanti, ed uno
Pane ti diede alla picchiata cute,
E coppia maculata a bianco e a bruno,

I quali anco afferrar per le vellute
Gole e atterrare e strascinar lioni
Supini alle capanne avrian virtute;

Sette veltri di Sparta aggiunse buoni
Il lepre a conseguir che non s’addorme,
Rapidi più che rapidi Aquiloni,

E de’ cervi a cacciar buoni le torme,
Di caprioli e d’istrici il covile,
E di fugaci damme a spiar l’orme.

Teco dei fidi cani ivan le file,
Quando la riva del petroso Anauro
Ti discovrì spettacolo gentile.

Erravan cerve dalle corna d’auro
Là dove di Parrasio il pian verdeggia,
E maggiori a vederle eran d’un tauro;

Quando mirasti la ramosa greggia
Dicesti in tuo secreto: o degne prede,
Che dinanzi da me le prime io veggia;

E tosto col poter dell’agil piede
Quattro, senza allentar lasso o catena,
Pigli, e soggioghi alla volubil sede;

Del fiume Celadonte oltre la vena
Passò la quinta, e a’ Cerinei covigli
Quarta si riparò d’Alcide pena.

O dea di Tizio morte, armi e cintigli
Porti indorati, e all’indorato temo
Con indorato fren le cerve imbrigli;

Dove il tuo cocchio pria drizzasti? All’Emo
Là donde boreal procella move
Fastidiosa a chi di manto è scemo.

Dove i pin recidesti? In Misia. E dove
Desti lor non potere esser mai spenti?
Nel foco, ond’arde il fulmine di Giove.

Quante fiate, o dea, l’arco spermenti?
Fu primo un olmo alle tue frecce segno,
Poscia un’elce, la terza a fiera avventi;

Non spendesti la quarta in muto legno,
Ma nel malvagio seme di cittade,
Che pose negli altrui danni l’ingegno.

O veramente misere contrade
A cui cadi nemica! Ivi precide
Peste gli armenti, e grandine le biade.

Ivi canuto genitor decide
Il mesto crin sul tumulo del figlio,
Dolor le gravi genitrici uccide,

O negli amari son passi d’esiglio
Addutte a partorire, e nel lor seno
Non può star cosa mai senza periglio.

Di luce ove tu ridi e di sereno,
Nel mar delle dovizie ivi si nuota,
Ivi d’armenti e di ricolte è pieno.

Non regna morte in giovinetta gota,
Pazza discordia non alluma foco,
Ch’ogni ben scommettendo al fondo rota,

Seggion cognate ad un medesmo foco;
L’anime, che mi fan segno di amiche,
Trovino meco in questa schiera loco.

Le nozze di Latona, e le fatiche,
Diva, de’ veltri tuoi, l’arco, gli strali
E le corse da te campagne apriche

Sempre dirò, nè tacerò dell’ali
Di quel seggio superbo, che t’accoglie
Mentre alle case de’ celesti sali.

Te stanno ad aspettar su quelle soglie
Mercurio e Febo, e chi dell’aureo telo
T’allieva, e chi delle ferine spoglie.

Simili veci al regnator di Delo
Fur divisate già mentre consorte
Non era Alcide ancor fatto del cielo,

Il quale mai dalle celesti porte
Non si dilunga, e tiene intento il viso
Se caro cibo alcun per te si porte

E Giuno e tutto il ciel commove a riso
Quando cinghial strascina, o tauro agreste
Tolle del cocchio tuo con tale avviso:

Porta, Diana, ognor porta di queste,
E noi titolo avrem d’esser benigni,
Le lepri e i capriol lassa a foreste.

A ricolte i cinghiai sono maligni,
Sono i tauri a’ mortali acerba doglia,
Tutta in costor la tua faretra strigni;

E si mangia una belva: in lui la voglia,
Che sa Teodamante, non vien meno,
Perchè su in cielo abbia mutata spoglia.

Alle quadrighe tue sciolgono il freno
Le ninfe dell’Amniso, o dalle valli
Tornano di Giunon col grembo pieno

Di ferace trifoglio, onde i cavalli
Si pascono di Giove, o in vasi d’oro
Mescono limpidissimi cristalli.

Traggi qui de’ celesti in mezzo il coro,
Nel soglio suo t’invita ogni immortale,
Tu siedi presso del fraterno alloro.

Quando per te le ninfe aprono l’ale
Presso i fonti d’Inopo, o i cervi aggioghi
Per l’are visitar di Limna o d’Ale,

Con cui mutasti i detestati luoghi
Della Scitica Tauri e il ríto diro,
Ad arator non crederò miei gioghi;

Fosse quantunque il buon seme d’Epiro
Madre di tauri alle robuste corna,
Infermi tornerian dal lungo giro;

Le belle danze a vagheggiar soggiorna,
E tardi il Sol la sua quadriga inchina
In mar di occaso, e lungamente aggiorna.

Qual pendice di mare, o qual collina
Più ti diletta, o dea, quai porti o ville?
Qual ninfa avere o semidea vicina?

Tu lo mi narra, io ridirollo a mille:
Ami il porto d’Euripo anzi ogni seno,
In cui giaccion di mare onde tranquille,

Ami di Taigeto il colle ameno,
Ami Perga città, dell’isoletta
Dolica brami ogni altra isola meno.

Avesti caramente anco diletta
Britomarti gentil ninfa Cretese,
Che in fallo mai non allentò saetta;

In cui Minos di tal desio si accese,
Che misurò con peregrine piante
Tutte di Creta le vette scoscese.

Ella sedeva all’ombra delle piante,
O correva a palude oscura ed ima,
Ei nove lune andò pei monti errante,

Nè di seguirla si rimase prima,
Che sendo poco andare ad esser presa
Si dirupasse in mar da un’alta cima.

Non fu dall’acque traboccando offesa,
E viva ritornò dentro una ragna,
Che in quel mar pescatori avean distesa;

Da l’ora in poi Dittinna la montagna,
E Dittinna la ninfa si domanda,
Ed ivi altari a lei vittima bagna.

Di lentisco e di pino al crin ghirlanda
Fanno le genti in questi dì, ch’io dico,
Nè di foglie di mirto uom s’inghirlanda.

Ai panni fè della fanciulla intrico
Di mirto un ramoscel mentre fuggiva,
Da indi in quà non le fu il mirto amico.

Bella di faci portatrice diva,
E tu pure chiamata nel costei
Nome rispondi alla Cretese riva.

Cirene amasti, e due molossi a lei
Desti, per cui nella Peliaca sponda
Del vello d’un lion portò trofei.

Le foreste destò teco la bionda
Procri con Anticléa, che si rinoma
Quanto le tue pupille a te gioconda;

Vergini, che dapprima imposer soma
D’arco veloce e di faretra al destro
Omero nudo, e alle svelate poma:

Godea seguirti per cammino alpestro
Atalanta leggiera, e da te prese
Quadrella ed arco di ferir maestro.

Seco assalir le perigliose imprese
Già non increbbe a Calidonio arciero;
Stan le zanne in Arcadia ancor sospese.

Nè di Reco o d’Ileo la lingua, spero,
Le nuocerà nell’orco, e di lor vene
Tinto favellerà Menalo il vero.

Diva e regina delle Imbrasie arene
Salve: che siedi faretrata ne le
Sedi, che son de’ maggior numi piene.

Tu fosti di Neléo scorta fedele
Quando col suo drappel dal suol paterno
Spinse al mar di Mileto Attiche vele.

A te placando l’inimico verno
Il figliuolo d’Atreo per dono offerse
Ne’ templi tuoi di sua nave il governo,

Dono che l’ali di quel vento aperse,
Che dai lidi allargò le vele e l’ire,
Onde fur d’Ilion le torri sperse.

A te, che da foreste e da muggire
Alla reggia natia tornasti in Argo
Levate di furor le sue delire,

Di delubri e d’altar Preto fu largo
In Lusi ed in Azenia. In lor viaggio
Bellicose donzelle al verde margo

Mostrar d’Efeso prima il divo raggio
Dell’imagine tua, che Ippona serra
Sacerdotessa nel troncon d’un faggio;

E l’altre armate a simulata guerra,
O in giro al suon di fistola canora
Concordemente percotean la terra.

Mostrato non avea Minerva ancora
I zefiri a mandar pel van dell’ossa,
Perchè cerbiatto e capriol si accuora.

Di quell’armi il fragor, della percossa
Terra il rimbombo alle pendici corse
Di Berecinto, e ne fu Sardi scossa.

Intorno al simulacro un tempio sorse,
Di più beltà di quello il Sol non mira,
Fama per Delfo men griderà forse.

Perchè Ligdami re, come delira
Ambizione il cor vien che gl’invada,
Un nugol d’Ippimolghi al tempio tira

Seco dal mar, che la giovenca guada;
Ciò che sopra gli sta cieco non scopre,
Di Scizia ei più non troverà la strada,

Nè de’ Scitici buoi rivedrà l’opre
Plaustro, che oppresse la Caistria riva;
Il favor de’ tuoi strali Efeso copre.

Salve di Fera e di Munichia Diva,
D’averti dispregiata Eneo non ride,
Te de’ conviti e se di gloria priva.

Nullo si avvisi di chiamarla a sfide
Di cacce e di quadrella; amare e negre
Furon le sorti del superbo Atride.

E non si attenti alcun le voglie integre
Assalir della diva: Oto non ebbe,
E non ebbe Orìon le nozze allegre.

Nè la danza animal fuggire uom debbe
Intorno all’are sue: sia speglio il pianto
D’Ippo, alla qual di carolare increbbe.

Salve magna regina, e arridi al canto.

dalle cronache di diana

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